NINO MIGLIORI

La fotografia come continua ricerca

 

a cura di Denis Curti

 

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Nino Migliori - Il Tuffatore 1951 | Fotografia | Finarte, casa d'aste

Il tuffatore, 1951

Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Nino Migliori ha ideato un progetto di mostra antologica dedicata al grande fotografo Nino Migliori, con la curatela di Denis Curti.


La grammatica delle immagini non ha mai cercato di seguire le regole della parola e la produzione fotografica di Nino Migliori (Bologna, 1926) da sempre si muove in modo trasversale rispetto ai diversi linguaggi dell’arte contemporanea. Gestualità, sperimentazione, concettualismo, performance e narrazione sono solo alcune delle definizioni possibili per decifrare la portata progettuale del nostro strepitoso autore bolognese.
Questo originale percorso visivo è una sorta di abecedario delle sue ricerche, una raccolta delle diverse creazioni che Nino Migliori ha realizzato da cinquant’anni a questa parte. Sarà emozionante provare a perdersi tra le immagini per farsi guidare solo dall’istinto creativo di chi ha generato tutto ciò che è in questa mostra.

“Inquadravo e mi impossessavo di un frammento di mondo. Mi piaceva entrare nell’esistenza che pulsava e la volevo cogliere nella sua molteplicità, nella varietà in cui si manifestava”.


Quando Migliori esordisce in ambito fotografico alla fine degli anni quaranta, si ritrova in una Bologna defilata e periferica rispetto alla cultura visiva e all’esperienza dell’arte contemporanea. Bisognerà aspettare gli anni cinquanta per trovare i sussulti intellettuali generati dalla straordinaria stagione dell’INFORMALE, soprattutto con Pulga e Bendini, artisti capaci di intuire le qualità del giovane Migliori e quindi di coinvolgerlo in un dibattito attivo.
In quegli anni la fotografia italiana si stava facendo strada attraverso un confronto che, probabilmente, nasceva già stanco: quello fra Paolo Monti e Giuseppe Cavalli. Un confronto impegnato a mettere i puntini sui “toni bassi” e i “toni alti”, una discussione che vede schieramenti contrapposti su una definizione della fotografia collocata agli antipodi, tra l’essere oggetto d’arte, documento o narrazione. A sostenere l’importanza di quest’ultima posizione, è un vivace fotografo di origine veneta ma attivo a Milano: Pietro Donzelli. Affascinato dall’esperienza dei fondatori dell’agenzia Magnum, riesce a spostare l’analisi su livelli più interessanti, introducendo nel linguaggio fotografico il valore dell’etica e della soggettività della fotografia.
Sentendosi nettamente più affine a questa posizione, Migliori indaga senza tregua il rapporto tra la fotografia e la realtà. La sua è un’esplorazione delle idee legate alla percezione e alla rappresentazione, a partire dall’assunto che la fotografia raramente può essere oggettiva. A interessarlo maggiormente, tuttavia, è il rapporto che le immagini hanno con la storia e la memoria, la loro funzione di testimonianza negli eventi storici e la conseguente formazione della memoria collettiva: la nascita e il destino delle icone.
Negli anni cinquanta, pur coinvolto dalle tematiche tipicamente amatoriali, Migliori è spesso a Venezia. È il periodo di Tancredi, di Vedova e, soprattutto, di Peggy Guggenheim. La città lagunare diviene prestissimo punto di riferimento irrinunciabile di molti altri artisti. Eppure, Migliori non dimentica il primo amore. Agli inizi è un bianco e nero poetico e lacerante, sublime con Il tuffatore e tutta la raccolta di Gente del Sud. Tuttavia, al tempo stesso, tutta la sua produzione più sperimentale è svincolata dalla narrazione tipica del reportage. Ai concorsi fotografici Migliori invia, infatti, anche i propri scatti cosiddetti INFORMALI, che vengono scartati regolarmente. Soltanto nel 1958 Giuseppe Turroni, sulle pagine della rivista “Ferrania”, firma un articolo a corredo di un portfolio di sue immagini, sancendo un primo riconoscimento della ricerca che Migliori ha nominato Ossidazioni.
Anche il mercato del collezionismo pare desideroso di frantumare e parcellizzare la sua opera. I musei e le istituzioni acquistano e raccolgono le sperimentazioni. Le gallerie di arte contemporanea privilegiano le polaroid e le manipolazioni. Il mondo della fotografia si concentra sulla produzione legata al neorealismo e agli scatti più descrittivi. In questo senso, l’intera parabola di Migliori risente della debolezza o meglio dell’assenza quasi totale di informazioni sugli aspetti biografici dei fotografi. Dei pittori si conoscono le opere, la vita, gli amori, le idee politiche, gli scandali e la loro vita privata è inevitabilmente intrecciata a quella professionale. Dei fotografi si conoscono le immagini, spesso assai più note di chi le ha realizzate.
Questo pare non essere un problema per Migliori, il quale, e sono parole sue, si sente e si vive in modo autonomo al mondo della fotografia. I suoi interessi guardano altrove, anche se non distoglie mai lo sguardo (l’interesse) dalla cultura visiva. Non è interessato alle definizioni e alla suddivisione di generi e, infatti, la sua produzione è libera, quasi mai su commissione.
Agli inizi degli anni settanta raccoglie una quantità immensa di occhiali abbandonati con l’idea di realizzare installazioni sul tema della visione, mentre verso la fine dello stesso decennio gira per i laboratori di stampa e sviluppo per fare incetta di fotografie scartate, rifiutate o dimenticate. Nel 1982 costituisce il gruppo Abrecal (Gruppo Ricerca Percezione Globale) con alcuni giovani fotografi interessati alla Polaroid e alla fotografia non convenzionale. Da allora la sua produzione sperimentale non conosce interruzioni, il suo tempo è la sua ricerca. Ancora oggi la vitalità creativa di Migliori è scandita da ricerche e sperimentazioni raccolte e raccontate in questo progetto di mostra.
Nino Migliori è capace di intrecciare una narrazione per immagini che non tiene conto dello sviluppo di una forma tradizionale di trama. È all’interno di questo spazio che si ritrovano i frutti dall’esperienza di condivisione con molti dei protagonisti dell’arte contemporanea, una linea continua e coerente che inizia dai segni di Pollock per arrivare al genio intellettuale di Duchamp.


“Mi racconto attraverso i miei scatti, componendoli come parole di una poesia”.

Migliori realizza vere e proprie “serie” d’immagini, meglio dire figure, che possono contenere singoli soggetti o brevi sequenze che riescono a esaurire tematiche, argomenti, riflessioni e
approfondimenti. Si può riscontrare questa prassi dell’indagine fotografica nel lavoro intitolato Gente del Sud – Le mani parlano – o nella serie dei Muri e dei Manifesti strappati, in quella dei Cliché-verre e in altre ancora.
All’interno di questa “nuova” esperienza narrativa, innovativa e inconsueta se contestualizzata negli anni della sua realizzazione, si raccoglie il “cuore” e il valore della produzione fotografica di Migliori: il suo contributo allo sviluppo e alla crescita della cultura delle immagini, la possibilità di misurare la quantità umana della quale è capace, la determinazione del suo punto di vista sul mondo e della sua idea di creatività.

Dove siamo

Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore
Vaporetto: Fermata San Giorgio, linea 2

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Aperto tutti i giorni dalle ore 11 alle 19.
Chiuso il mercoledì

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